Dopo Hokusai, Munch, Escher e Botero, prosegue l’impegno di Palazzo Bonaparte nel portare a Roma grandi protagonisti del Novecento. Fino al 14 febbraio 2027 – complice l’ingente prestito del Centre Pompidou (chiuso per restauro fino al 2030) nell’anno delle celebrazioni per i 70 anni dello storico gemellaggio esclusivo tra Roma e Parigi – è la volta di Vassily Kandinsky: in mostra, dopo 25 anni di assenza dalla Capitale, oltre 70 opere, provenienti da musei internazionali e dal prestigioso museo francese, che conserva il più completo e importante nucleo di lavori dell’artista al mondo grazie alle donazioni e al lascito della moglie Nina Kandinsky.
Curata da Angela Lampe, prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou, l’esposizione ripercorre in 5 sezioni le tappe della sua parabola artistica, dalla laurea in Giurisprudenza ed Economia politica all’Università di Mosca fino a maestro indiscusso dell’arte moderna.

Kandinsky: dal figurativo all’astrattismo
La traiettoria creativa di Vassily Kandinsky prende avvio dalla Russia zarista, che sceglie di abbandonare nel 1896 insieme alla carriera giuridica per consacrarsi interamente alla pittura a Monaco di Baviera. Nel vivace clima dello Jugendstil perfeziona le tecniche della tempera, della xilografia e della stesura a spatola, fondando l’associazione Phalanx.
È qui che incontra Gabriele Münter, allieva e futura compagna, con cui condivide intensi viaggi d’esplorazione tra Europa e Nord Africa. Questa fase d’esordio si distingue per bozzetti paesaggistici creati all’aperto e vivaci scene policrome su sfondi scuri, fortemente debitrici del folklore visivo russo. Münter stessa – come è ben raccontato da una sala a lei dedicata – si impone in questi anni come figura centrale della modernità, elaborando un linguaggio autonomo basato sulla nitidezza dei contorni e su campiture cromatiche piene, per poi svolgere un ruolo fondamentale nella salvaguardia delle opere d’avanguardia durante la repressione nazista.

Il soggiorno estivo a Murnau, pittoresca cittadina affacciata sul lago Staffelsee, nel 1908 segna per Kandinsky lo snodo fondamentale verso l’emancipazione dalla resa mimetica della realtà. L’impiego di masse di colore sempre più intense e autonome sfocia nella stesura del fondamentale saggio Dello spirituale nell’arte del 1911, in cui teorizza il principio della necessità interiore e la risonanza emotiva del colore sull’anima.
Questa svolta concettuale culmina l’anno successivo nella pubblicazione dell’almanacco Der Blaue Reiter (Il cavaliere azzurro), realizzato insieme a Franz Marc, manifesto rivoluzionario per un’integrazione totale delle arti.
L’esplosione del primo conflitto mondiale, nel 1914, costringe l’artista al rientro in Russia, dove assiste alla nascita del governo bolscevico e collabora alla riorganizzazione delle istituzioni culturali. Il contatto diretto con il Suprematismo e il Costruttivismo infonde nelle sue tele un rigore geometrico inedito e una tavolozza più essenziale; tuttavia, l’inconciliabilità tra le sue convinzioni spirituali e il materialismo di Stato lo spinge ad abbandonare definitivamente la Russia nel 1921.
Bauhaus e forme biomorfe
Chiamato da Walter Gropius al Bauhaus nel 1922 in qualità di maestro della forma, Kandinsky inaugura la sua fase fredda, contraddistinta da un’assoluta chiarezza strutturale e grafica. Questo decennio di fervida ricerca teorica, coronato dalla pubblicazione del trattato Punto e linea nel piano nel 1926, vede la nascita di fondamentali capolavori come Gelb-Rot-Blau, in cui la combinazione di forme e colori risponde a una logica squisitamente musicale.
L’ascesa del regime nazista e la conseguente chiusura del Bauhaus nel 1933 gli impongono un ultimo esilio verso la Francia. Stabilitosi a Neuilly-sur-Seine, Kandinsky risente della particolare luminosità parigina e del confronto con il Surrealismo di Jean Arp e Joan Miró, che attenua la rigidità costruttivista attraverso l’introduzione di toni pastello e suggestive forme biomorfe.
Con il dilagare della Seconda Guerra Mondiale e la scarsità di materiali tradizionali, l’artista adatta la propria produzione a supporti poveri come cartone e legno, realizzando composizioni grafiche minuziose che ne sigillano la piena maturità espressiva.

Da non perdere in mostra
Accanto alle opere pittoriche, sono esposti documenti, fotografie, oggetti personali (come la collezione di dischi) e materiali provenienti dalla Bibliothèque Kandinsky, che consentono di entrare nella dimensione più intima e quotidiana dell’artista.

Straordinario anche il prestito da parte del Centre Pompidou (giunto al museo tramite il lascito di Nina Kandinsky del 1981) dell’arredo commissionato da Vassily e Nina Kandinsky al loro collega e amico Marcel Breuer per arredare la sala da pranzo (salle à manger) della loro casa a Dessau. L’insieme è composto da un tavolo tondo e sedie in legno laqué (con dettagli e strutture in tubo d’acciaio nickelato/cromato e tessuto).
La selezione di strumenti e oggetti provenienti dal suo atelier parigino ed esposti nel percorso è capace di rievocare l’atmosfera di questi ultimi anni della sua vita, anche grazie alle immagini in loop sul monitor (che meritano senz’altro una sosta).
Tra i capolavori esposti spiccano opere come Gelb-Rot-Blau (1925), uno dei
massimi esempi della sua produzione, una composizione in cui forme e colori si organizzano secondo una logica quasi musicale, dando vita a un’esperienza visiva intensa e coinvolgente; Composition IX (1936) rappresenta invece una sintesi perfetta tra il rigore geometrico del Bauhaus e la spontaneità delle forme biomorfe parigine.
Kandinsky: info pratiche
Palazzo Bonaparte
Fino al 14 febbraio 2027
Dal lunedì al giovedì 9.00-19.30
venerdì, sabato e domenica 9.00-21.00

