Splendida è parola banale e perfetta nella sua semplicità per descrivere la mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti alla Galleria Borghese fino al 20 settembre. È tanto splendida da meritare in tutto e per tutto i 16 euro di ingresso e da valere lo sforzo di affrontare le bollenti giornate che regala Roma in questa estate 2026.
Alla base, il poema ovidiano, che esplora il tema della metamorfosi come principio universale e come chiave di lettura del cosmo, della materia e della condizione umana, diventando così il punto di accesso a una visione del mondo fondata sul mutamento, sull’instabilità delle forme e sulla permeabilità dei confini tra umano, naturale e divino.
Attraversare le 8 sezioni in cui si dipana il racconto, a cura di Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria, e di Frits Scholten, Head of Department of Sculpture del Rijksmuseum di Amsterdam, significa esporsi a più riprese al rischio di essere colpiti dalla sindrome di Stendhal. La collaborazione con l’istituzione olandese (che ha ospitato la mostra fino al 25 maggio 2026, richiamando oltre 350mila visitatori) ha permesso infatti di portare nella Capitale opere da prestigiosi musei europei e americani così da dar vita a un dialogo fatto di oltre 80 opere, tutte mozzafiato.
«È un percorso che ci porta dalla parola all’immagine, ci porta dal libro alle opere d’arte, e ci porta ancora una volta a capire come il museo sia quel luogo, come diceva George Kubler, in cui sembra quasi che il tempo si possa ampliare, si possa restringere, possa essere vissuto a nostro piacimento. Ci sentiamo immediatamente contemporanei degli artisti che, in tutte le epoche, si sono confrontati con Ovidio. Un testo che non è stato mai dimenticato, neanche durante il Medioevo, e che è sopravvissuto nel Medioevo proprio grazie alle interpretazioni in chiave cristiana di molti di questi miti», ha introdotto la direttrice Cappelletti.

Installation view, METAMORFOSI, Ovidio e le arti (Ph. A. Novelli ©Galleria Borghese)
La mitologia classica e i suoi abusi sessuali alla base dell’immaginario europeo
Terminate nell’8 d.C., mentre era in esilio sul Mar Nero per volere dell’Imperatore Augusto, le Metamorfosi permisero a Ovidio di rielaborare 250 miti a partire da quello di Chaos, per toccare quelli celeberrimi di Leda e il cigno, Dafne e Apollo, Danae e la pioggia d’oro, Arianna e Perseo, Cefalo e Procri: una sequela di amori sfortunati e violenze o tentativi di stupri perpetrati dagli dei a scapito di ninfe e giovinette, fino ad arrivare al mito su cui si fonda l’intero nostro continente, quello di Europa, la principessa di Tiro rapita da Zeus che aveva preso le sembianze di un toro e da lui condotta a Creta.
«Le Metamorfosi sono un libro attuale – ha spiegato alla stampa Taco Dibbits, direttore del Rijksmuseum di Amsterdam – perché viviamo in una società che attraversa grandi trasformazioni e perché le identità delle persone sono più fluide. C’è più una metamorfosi di quello e dell’idea di tutti i viventi. E così diventa un’idea di metamorfosi dell’anima, che prende una forma diversa e sopravvive a tutto, ma si manifesta in modi diversi».
Tuttavia, a calarsi nello spirito del tempo, pare strano vedere tanti stupri uno dietro l’altro senza che siano accompagnati da una nota, se non di biasimo almeno di contestualizzazione. È indubbio che la nostra civiltà, anche quella che nelle belle parole di Dibbits è alla base dell’immaginario europeo (quella italiana e quella olandese «sono due culture che sembrano molto diverse – quella di un paese protestante e quella di un paese cattolico – ma alla fine condividiamo una cultura europea. E in questo momento nella storia, troviamo molto importante, come musei, lavorare su questa cultura europea che condividiamo e che fa la cittadinanza europea nel quotidiano»), sia stata creata sulla sottomissione del femminile al maschile; una sottomissione che l’arte tutta, da quella letteraria a quella pittorica (nonché statuaria), ha saputo sublimare in modo eccelso. Sarebbe però auspicabile che per le nuove generazioni fosse questione archiviata, in nome di una parità dei generi oltre che di una libertà individuale nell’esprimere genere e sessualità.
Da martedì 23 giugno sarà disponibile su tutte le principali piattaforme il primo dei 5 episodi del podcast Amore, caos e altri disastri, a cura di Claudio Sagliocco e realizzato da Fandango Podcast, in cui – si legge nella nota stampa – si attraversano miti antichi e sensibilità contemporanee. Si sospende fino ad allora, dunque, ogni tipo di possibile annotazione nei confronti di un approccio all’apparenza così acritico rispetto al patriarcato.

Cosa vedere in mostra alla Galleria Borghese
Lasciate le perplessità da parte, resta il sublime delle opere esposte: attorno ad alcuni dei maggiori capolavori della collezione Borghese, come l’Apollo e Dafne del Bernini, è possibile ammirare la versione di Piero del Pollaiolo in prestito dalla National Gallery di Londra; accanto al Ratto di Proserpina, sempre dello scultore barocco, il Plutone di Agostino Carracci, capolavoro cinquecentesco arrivato dalla Galleria Estense di Modena, e Orfeo ed Euridice di Rubens, custodito al Museo del Prado di Madrid.
Una sala è dedicata ad Aracne, l’abile tessitrice tanto sfrontata da sfidare Atena che pagherà il suo peccato di hybris (la tremenda superbia) vedendo il suo corpo prendere le forme di un ragno. Avvicinandosi al quadro di Tintoretto (conservato agli Uffizi), una ragnatela posta dal pittore sullo sfondo della sfida presagisce la punizione divina. Splendidi i tre arazzi, esemplari dell’arte tessile, e splendido il Pallade e Aracne dipinto da Rubens nei primi del Seicento e giunto a Roma da Richmond, in Virginia.
Le ultime sezioni sono dedicate a Leda e il cigno e a Danae. Sono due capolavori di Leonardo e di Michelangelo a raccontare come Zeus, prese le fattezze di un cigno, seduca (vale a dire abusi) la regina di Sparta sulle rive del fiume. Decisamente suggestivo il confronto con sculture classiche e rinascimentali sullo stesso argomento. Accanto, un olio su tela della collezione Borghese, a firma del Ghirlandaio e bello fino alla commozione.
Non meno stupefacente la mano di Correggio a cui si deve Danae, parte di una serie realizzata per il duca di Mantova, Federico II Gonzaga, sul tema degli amori di Giove, dove – anche in questo caso – per amore e desiderio della potente divinità si intende una trasformazione – ora in pioggia d’oro – per godere delle grazie a lui negate della principessa di Argo. Stavolta, il meraviglioso dipinto, mette in scena la violenza che sta per accadere facilitata, come spesso accade nella mitologia greco-romana, da un Cupido “birichino”. Ai piedi del letto, due amorini testano su una pietra le frecce d’oro e quelle di piombo.
A chiudere, il mito di Pigmalione, il re di Cipro, che, innamoratosi di una statua da lui stesso scolpita, ottenne da Afrodite che fosse trasformata in donna vivente, che poi sposò; qui è rappresentato da due quadri di Jean-Léon Gérôme e da una scultura di Rodin. Intorno, altri racconti diventati celebri anche grazie alle Metamorfosi – come Arianna e Perseo, Narciso ed Eco – e l’impareggiabile Amor sacro e Amor profano di Tiziano.

Metamorfosi. Ovidio e le arti: info pratiche
Galleria Borghese
Fino al 20 settembre 2026
Dalle 9 alle 19
Chiuso il lunedì
www.galleriaborghese.it

