Coincidenza vuole che nei giorni in cui impazza la gag di Francesco Lollobrigida con il piccolo Giulio, indottrinato dal ministro sulla bontà del latte vaccino, ovino e caprino, esca È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo di Anna Dalton. Il libro, edito da Fuoriscena, conduce lettori e lettrici dietro le quinte di celebri ricette della tradizione culinaria italiana, risalendo fino alla materia prima, nel tentativo – più che riuscito – di smascherare luoghi comuni e racconti falsati. E no, non è un viaggio piacevole. D’altronde, non basta sapere dell’esistenza degli allevamenti intensivi per essere consci fino in fondo di cosa mettiamo nel piatto ogni volta che scegliamo saltimbocca e cotolette, brasati e polpette. Come non regge più la favola di mucche, pecorelle e caprette felici di essere munte per la colazione del piccolo Giulio.
La carne sulla mia tavola
Allora partiamo da una confessione: io non mangio carne da due anni dopo una vita di bistecche al sangue e ossobuchi alla milanese. Mangiavo carne – molta e con grande gusto – perché per pigrizia mentale non avevo mai voluto collegare i miei pasti preferiti a esseri viventi e senzienti, capaci di amare e soffrire proprio come i miei gatti. A un certo punto, non mi è stato più possibile. È stato difficile? No. Ho solo messo sulla bilancia il mio piacere e il dolore di un altro essere vivente e ho deciso di smettere di nutrirmi di cadaveri.
Come scrive Dalton: “È un click quello che avviene nel cervello. Da un giorno all’altro si inizia a pensare in maniera diversa, si impara a prendersi cura di qualcun altro oltre a sé. Non mangiare carne non è una dieta. Sarebbe come dire che il cattolicesimo è un club del libro che si riunisce la domenica mattina. Non mangiare e non sfruttare gli animali è democrazia, è onestà, è speranza“.
Mangiare è un atto politico
È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo parla di analfabetismo alimentare, di ipocrisia e di soprusi, di numeri (una cifra su tutte ricavata da uno studio commissionato dalla LAV: la produzione e il consumo di carne creano un danno alla società di quasi 37 miliardi di euro ogni anno) e di lobby; ma soprattutto argomenta le conseguenze sul cambiamento climatico dell’alimentazione onnivora (la sua impronta ecologica è quattro volte superiore a quella vegetale). Lo fa con la giusta cattiveria e una dose non trascurabile di sarcasmo che strapperà più di una volta il sorriso.
“Mangiare è un atto politico“, si ripete spesso tra le 150 pagine di questo volumetto prezioso – una lettura necessaria e contagiosa recita il sottotitolo – per chiunque voglia discostare almeno un po’ quel velo di Maya che cela a molte e molti il peso effettivo delle proprie scelte in cucina; con un capitolo conclusivo dedicato, una volta tanto, a una pars construens piena della speranza necessaria per poter continuare a credere che un mondo migliore per tutte e tutti, animali compresi, sia possibile.

