sabato, Settembre 26, 2026
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Cosa c’è nel nostro piatto? La guida etica (e molto pratica) di Anna Dalton

Analfabetismo alimentare, lobby e costi nascosti: perché la transizione vegetale è una scelta politica non più rimandabile

Coincidenza vuole che nei giorni in cui impazza la gag di Francesco Lollobrigida con il piccolo Giulio, indottrinato dal ministro sulla bontà del latte vaccino, ovino e caprino, esca È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo di Anna Dalton. Il libro, edito da Fuoriscena, conduce lettori e lettrici dietro le quinte di celebri ricette della tradizione culinaria italiana, risalendo fino alla materia prima, nel tentativo  – più che riuscito – di smascherare luoghi comuni e racconti falsati. E no, non è un viaggio piacevole. D’altronde, non basta sapere dell’esistenza degli allevamenti intensivi per essere consci fino in fondo di cosa mettiamo nel piatto ogni volta che scegliamo saltimbocca e cotolette, brasati e polpette. Come non regge più la favola di mucche, pecorelle e caprette felici di essere munte per la colazione del piccolo Giulio.

La carne sulla mia tavola

Allora partiamo da una confessione: io non mangio carne da due anni dopo una vita di bistecche al sangue e ossobuchi alla milanese. Mangiavo carne – molta e con grande gusto – perché per pigrizia mentale non avevo mai voluto collegare i miei pasti preferiti a esseri viventi e senzienti, capaci di amare e soffrire proprio come i miei gatti. A un certo punto, non mi è stato più possibile. È stato difficile? No. Ho solo messo sulla bilancia il mio piacere e il dolore di un altro essere vivente e ho deciso di smettere di nutrirmi di cadaveri.

Come scrive Dalton: “È un click quello che avviene nel cervello. Da un giorno all’altro si inizia a pensare in maniera diversa, si impara a prendersi cura di qualcun altro oltre a sé. Non mangiare carne non è una dieta. Sarebbe come dire che il cattolicesimo è un club del libro che si riunisce la domenica mattina. Non mangiare e non sfruttare gli animali è democrazia, è onestà, è speranza“.

Mangiare è un atto politico

È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo parla di analfabetismo alimentare, di ipocrisia e di soprusi, di numeri (una cifra su tutte ricavata da uno studio commissionato dalla LAV: la produzione e il consumo di carne creano un danno alla società di quasi 37 miliardi di euro ogni anno) e di lobby; ma soprattutto argomenta le conseguenze sul cambiamento climatico dell’alimentazione onnivora (la sua impronta ecologica è quattro volte superiore a quella vegetale). Lo fa con la giusta cattiveria e una dose non trascurabile di sarcasmo che strapperà più di una volta il sorriso.

“Mangiare è un atto politico“, si ripete spesso tra le 150 pagine di questo volumetto prezioso – una lettura necessaria e contagiosa recita il sottotitolo – per chiunque voglia discostare almeno un po’ quel velo di Maya che cela a molte e molti il peso effettivo delle proprie scelte in cucina; con un capitolo conclusivo dedicato, una volta tanto, a una pars construens piena della speranza necessaria per poter continuare a credere che un mondo migliore per tutte e tutti, animali compresi, sia possibile.

 

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