venerdì, Aprile 17, 2026
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La favola della famiglia nel bosco è già finita

C’era una volta una famiglia nel bosco. Potrebbe iniziare così il racconto del noioso tormentone che ha monopolizzato per mesi le cronache dei giornali e che ha animato il dibattito pubblico. Un tormentone che ci ha mostrato, qualora non fosse chiaro, il livello fatiscente dell’attuale classe dirigente del Paese, ma anche di chi la vota.

La storia dei “neorurali” Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, dei loro tre figli accolti in una casa famiglia perché costretti a vivere in condizioni di estremo disagio a causa di un modello di vita a loro imposto e tutte le diatribe legali del caso, è solo una delle migliaia di storie invisibili che si possono leggere nei corposi fascicoli dei tribunali per i minorenni, fascicoli che ovviamente il popolino non sa leggere ma giudica, lanciando ingiurie contro il giudice di turno, magari su consiglio della politicante o del politicante di turno.

Sulla “famiglia nel bosco” la destra ha montato un nuovo caso Bibbiano

Sì, perché a rendere particolarmente grottesca la vicenda, come purtroppo accade spesso in Italia, è stata la strumentalizzazione dei partiti di destra, quelli attualmente votati da quella parte di popolo meno allenata a ragionamenti particolarmente complessi. Per mesi ci siamo sorbiti i post indignati del girasagre cheerleader, conosciuto anche con il soprannome di Matteo Salvini, della premier M la frottola, nota ai più con il soprannome di Giorgia Meloni e le reazioni scomposte di gran parte della loro servitù nelle aule parlamentari, sulle pagine dei giornali e nelle televisioni. Un po’ come avvenne per il “caso Bibbiano”, insomma.

La favola perfetta per spingere il “Sì” al referendum sulla Giustizia

La favola della famiglia nel bosco (incantato) era perfetta per la propaganda dei sostenitori del “Sì” al referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo. Ed era perfetta perché quell’immagine fiabesca sembrava studiata apposta per attirare l’attenzione dell’analfabeta funzionale medio. Per chi aveva fatto della sfiducia nella magistratura il suo cavallo di battaglia, poter accusare una giudice di aver “strappato dei bambini all’amore della loro mamma e del loro papà” era un’opportunità da cogliere al volo. E così ci siamo dovuti sorbire quei post indignati del vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, quello che a tutto pensa meno che ai treni (Ciuf! Ciuf!), le urla di commentatori particolarmente su di giri, le dichiarazioni un po’ scomposte della stessa presidente del Consiglio. Un pezzo di Stato ha attaccato un altro pezzo di Stato “colpevole” di svolgere semplicemente il suo lavoro.

Il grottesco invito al Senato

Poco importa che i 29 tribunali per i minorenni sparsi per tutto il Paese gestiscano migliaia di casi analoghi, spesso allontanando i bambini da quelle famiglie che vivono in quei campi Rom tanto odiati dagli stessi politici che hanno santificato la “famiglia nel bosco”. Poco importa che nel cosiddetto decreto Caivano, uno dei tanti decreti-spot di questo “governo”, siano previste pene fino a due anni di carcere per quei genitori che non mandano i figli a scuola.

La “famiglia nel bosco” al Senato con il presidente Ignazio La Russa

Il momento più surreale di tutta la vicenda è stata forse la visita dei due “genitori del bosco” al Senato, dove sono stati invitati da Ignazio Benito Maria La Russa. In sostanza, due extracomunitari che rifiutano i nostri usi e costumi, che non hanno vaccinato i loro figli, che non li hanno mandati a scuola e che pretendevano 150 mila euro per sottoporli alle visite mediche obbligatorie, sono stati accolti con tutti gli onori del caso dalla seconda carica dello Stato. Poi non dite che non siamo un Paese fantastico.

Il triste finale

Viste le premesse, il finale della favola non poteva che portare con sé un velo di tristezza. Non sappiamo infatti se e quando i protagonisti vivranno per sempre felici e contenti. Per ora la loro storia è quasi sparita dai radar, un po’ perché fa meno clic, un po’ perché la vittoria del “No” al referendum sulla Giustizia li ha resi totalmente inutili alla parte politica che li aveva usati. Il girasagre cheerleader, conosciuto anche con il soprannome di Matteo Salvini, nel Venerdì Santo non ha neanche dedicato un post alla vicenda.

Una delle tante card del vicepremier sulla “famiglia nel bosco”

Il vicepremier non ha neanche pubblicizzato il libro scritto in poche settimane dalla “madre nel bosco”. Il sospetto è che la famigerata “famiglia nel bosco” finirà presto in quello scantinato dove sono finite tutte le “storie di grido” che hanno affascinato il popolino nel corso degli anni, rottamata insieme ad altre favole, ad altri personaggi. Uno scantinato in cui prenderà polvere e ragnatele in compagnia di Stefano Puzzer, del generale Pappalardo, dei sacchetti del reparto ortofrutta a 2 centesimi di euro, di Antonio Razzi, della bidella pendolare, dei tappi delle bottiglie di plastica che non si staccano, della Padania e di tanti altri.

 

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