Cercate una riproduzione per immagini, pedissequa, del poema omerico? Odissea, il film di Christopher Nolan (al cinema dal 16 luglio 2026) non fa per voi. Non troverete gli occhi azzurri di Atena (sempre che vi abbiano insegnato al liceo a tradurre “glaucopide” con occhi azzurri) e soprattutto non troverete Elena “dalle bianche braccia”. Ormai si sa da tempo che la bella sposa di Menelao, causa della guerra di Troia, ha il volto e le braccia nerissime di Lupita Nyong’o.
E in questa sede non ci addentreremo in questioni da filologici classici, sottolineando che il termine λευκώλενος era un epiteto che stava a significare “di alto lignaggio”. Per l’adattamento di Nolan la sospensione dell’incredulità è fondamentale tanto quanto leggendo la mitologia e l’originale greco, che ci ha chiesto di credere in una Penelope che, dopo 20 anni di attesa, possa essere ancora una “preda” ambita per i Proci anche per la sua bellezza e non solo per salire al trono di Itaca. Se si è disposti a lasciarsi andare per quasi tre ore a questa nuova versione hollywoodiana, ci si può anche molto divertire.
Lasciamo alle parole dello stesso Nolan (che, se ci fosse bisogno di ricordarlo, ha alle spalle colossal come Interstellar, Il cavaliere oscuro, Dunkirk e Oppenheimer) il compito di spiegare la sua operazione: «Volevo che il mondo dell’Odissea sembrasse un mondo in cui un pubblico moderno potesse rispecchiarsi. Non volevamo che avesse l’aspetto o il suono dei precedenti film ambientati durante l’antichità, poiché molti di essi prendono spunto da determinati periodi dell’arte e della musica, come la pittura neoclassica dell’Europa del XVIII e XIX secolo o le composizioni orchestrali dell’Era Romantica. Volevamo un tono terreno, moderno e accessibile per radicare la storia».
Girato in sei Paesi diversi (Italia, Marocco, Islanda, Scozia, Grecia e Stati Uniti) con un cast a dir poco stellare (Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya), il 13esimo lungometraggio significa per Nolan coronare il sogno di gurare un intero film utilizzando cineprese IMAX e rappresenta la sua esperienza cinematografica più immersiva e grandiosa di sempre.
Citando la sua ammirazione per Gli argonauti (1963) e Scontro di titani (1981), entrambi del pioniere degli effetti speciali Ray Harryhausen, il regista ha raccontato: «C’è stato sicuramente un lavoro incredibile e innovativo svolto nelle passate epoche di Hollywood nel campo della mitologia greca, ma più ci pensavo, più ero intrigato dall’idea di affrontare la più grande delle storie, con un budget di massimo livello, un cast di massimo livello, e riversare in questo mondo tutte le tecniche e le risorse moderne di una massiccia produzione hollywoodiana“.
Complici le ricostruzioni scenografiche, a firma della sua collaboratrice ormai storica, Ruth De Jong, e il lavoro incredibile sui suoni, sarete sulla nave con i greci nel loro vessato tentativo di tornare a casa, in mezzo alla distruzione di Ilio, dentro il ventre di legno del cavallo.

La costruzione di Troia nell’Odissea di Nolan
Sbirciamo dietro le quinte del film: il ritrovamento del Cavallo di Troia e il punto di varo delle navi per il viaggio di ritorno di Ulisse verso Itaca sono stati girati a Essaouira, sulla costa atlantica del Marocco; Aït Benhaddou, invece, vicino alla catena montuosa dell’Atlante, ha fornito spazio e strutture al reparto scenografia per il set della città di Troia.
Una delle richieste del regista era quella di evitare l’uso di effetti digitali per estendere le scenografie e le costruzioni dovevano essere integrate in un luogo reale.
Il set di Troia copriva oltre 10mila metri quadrati, una superficie abbastanza grande da ospitare 2mila comparse e più di 60 strutture, tra cui il Tempio di Atena (oltre 14 metri di larghezza, 26 metri di profondità e 11 metri di altezza), comprese le vaste scale di pietra che conducevano alla piazza e al tempio. Ogni elemento è stato progettato per fondersi alla perfezione con Aït Benhaddou e contribuire a ottenere la grandiosa scala di Troia direttamente davanti alla macchina da presa. La produzione ha persino posizionato con delle gru 15 alberi di ulivo adulti per portare un tocco di verde nella parte di set appena edificata.

Il Cavallo di Troia secondo Christopher Nolan
Dimenticate il tradizionale cavallo su ruote: secondo il regista, per essere verosimile come offerta ad Atena, doveva essere meno sospetto: una statua in forma equina che sta sprofondando nella sabbia, sferzato dalle onde. Per girare, sono stati costruiti diversi cavalli per le diverse location, ognuno alto approssimativamente oltre 10 metri.
Il Cavallo di Troia utilizzato sulla spiaggia di Essaouira ha subito una forte usura nel corso dei vari ciak: «La battuta che girava sul set – ha raccontato Ruth De Jong – era che il cavallo avrebbe dovuto essere un gatto, perché ha avuto bisogno di tutte e nove le sue vite per sopravvivere ai maltrattamenti subiti durante tutti i nostri test e riprese durante ogni singolo trascinamento tra le dune. Si stava letteralmente distruggendo ed è stato davvero difficile da guardare, ma è arrivato fino alla fine».
La nave di Ulisse
Non si può parlare del ritorno a casa di Ulisse senza citare le navi e il coordinatore marittimo, Neil Andrea, a cui Nolan si è rivolto (dopo Dunkirk e Tenet) per riuscire a rendere ciò che il viaggio in mare avrebbe significato per gli uomini a bordo, nell’Età del Bronzo.
Per la nave principale di Ulisse, Andrea, Nolan e la scenografa Ruth De Jong hanno trovato a Stavanger, in Norvegia, la Draken, una nave vichinga in scala reale costruita secondo antiche specifiche e con materiali dell’epoca. Lo scafo e il sartiame della Draken corrispondevano alle ricerche sul tipo di nave di epoca micenea che Ulisse avrebbe potuto utilizzare, con solo piccole modifiche necessarie da parte del reparto scenografico. Cosa ancora più importante, la Draken è in grado di navigare in oceano aperto (avendo attraversato l’Atlantico due volte) e includeva un equipaggio di marinai professionisti entusiasti di entrare a far parte del film.

Itaca, la ventosa nutrice di eroi
La patria di Ulisse è stata ambientata in Italia, nel’isola di Favignana, vicino alla Sicilia. Nelle campagne rurali, De Jong ha costruito le strutture che formavano la città di Itaca, oltre al porcile e all’umile dimora del porcaro Eumeo.
Il Castello di Santa Caterina, situato in cima al Monte Santa Caterina a circa 314 metri sul livello del mare, è diventato la fortezza reale, malgrado non abbia strade di accesso e si debba camminare a piedi per raggiungerlo.
La produzione ha ottenuto il permesso dal Ministero della Cultura italiano per girare all’interno del castello e realizzare delle strutture temporanee all’esterno, necessarie per dare l’idea della grandezza del palazzo di Ulisse. Tuttavia, la richiesta di costruire una strada d’accesso è stata respinta. Il produttore esecutivo Thomas Hayslip ha quindi fatto installare una funicolare e ha messo insieme una piccola flotta di elicotteri per trasportare attrezzature e rifornimenti fino alla cima del Monte Santa Caterina. Chiunque volesse un passaggio poteva approfittarne, spazio permettendo. Ma la maggior parte del cast e della troupe ha fatto la scalata a piedi ogni giorno per le tre settimane di riprese.
La maggior parte delle scene ambientate all’interno del palazzo è stata girata in un teatro di posa a Los Angeles. Replicando i dettagli architettonici e gli elementi dell’Età del Bronzo e ispirandosi al contempo allo stile e ai materiali del Castello di Santa Caterina, l’immenso set di De Jong comprendeva numerose stanze, tra cui quelle di Penelope e il “megaron“, la grande sala che costituiva l’elemento centrale degli antichi palazzi greci. La struttura era alta tre piani e aveva la lunghezza e la larghezza di un campo da calcio.

Odissea di Nolan: cosa ci è piaciuto
Promosso in pieno il make-up di Luisa Abel, che torna a lavorare con Christopher Nolan dopo Interstellar, Dunkirk, Tenet e Oppenheimer. La scelta di creare un look più naturale e storicamente fondato rende l’universo del film credibile e autentico.
Odissea di Nolan: cosa non ci è piaciuto
Il cast all star è talmente stellare da non far mai dimenticare il proprio peso specifico: Zendaya è Zandaya che fa Atena, Tom Holland è Tom Holland che fa Telemaco; e via così con Matt Damon, Anne Hathaway, Charlize Theron, obert Pattinson. Unica attrice che lascia il segno è Samantha Morton, una Circe viscerale e perfetta nella sua interpretazione.
Perché vedere Odissea, il film di Christopher Nolan
È difficile che chi ama il cinema si possa esimere da andare in sala a vedere l’ultimo lavoro di Nolan. Il film è pensato per uno schermo capace di proiettare un formato IMAX 70mm, ma visto che in tutto il mondo esistono solo 41 sale in grado di proiettare la pellicola nel suo formato originale e nessuna si trova in Italia, i puristi dovranno prendere un aereo o virare sulle versioni IMAX digitali. Certo è che – se non si ha a disposizione un cinema idoneo nelle vicinanze – si può gustare anche su un normale schermo cinematografico.
Cosa se ne può apprezzare, oltre l’imponente sforzo produttivo? Intanto la storia, quelle vicende che sono alla base di quasi tutti i racconti che sono venuti dopo e che continuano a tenere a bocca aperta ancora oggi, come se non si sapesse che sì, l’eroe tornerà a casa e sconfiggerà i Proci.
E poi c’è la lettura che ne dà Nolan, molto simile all’interpretazione che lo scorso anno ne aveva data Uberto Pasolini nel suo bellissimo Itaca – Il ritorno. Anche lì il protagonista, col volto di Ralph Finnies, era schiacciato dal ricordo della distruzione e della violenza vissute a Troia. Nolan fa un passo più in là e addossa a Ulisse – astuto più degli altri, quanto tanto sconsiderato da sfidare gli Dei – la colpa di aver infranto la legge di Zeus, quelle norme di convivenza con gli altri esseri viventi, natura compresa, che permettono l’esistenza della civiltà.
Nel 2026, col mondo in fiamme, quel Matt Damon tra le onde che finalmente si rimette al volere di Poseidone dopo aver accecato suo figlio, il Ciclope, sembra un monito a tutte e tutti noi. E se il Dio dei mari può perdonarlo, forse le tante e i tanti grecisti – che stanno criticando il film ancor prima di averlo visto – potranno rimettere i suoi peccati a Christopher Nolan per non aver messo in scena una riproduzione fedele del poema.
Francesca Romana Buffetti è la direttrice della rivista Scenografia&Costume


