La discussione sulla patrimoniale è surreale e racconta molto bene la facilità con cui le destre riescono a far credere, a una parte dell’opinione pubblica, qualsiasi cosa. La proposta da cui si parte è persino fin troppo soft: una tassazione progressiva dei patrimoni sopra i due milioni di euro, prima casa esclusa.
Una tassa che colpirebbe meno dell’1% della popolazione
Si rivolge a una platea che non raggiungerebbe l’1% della popolazione, ma porterebbe nelle casse dello Stato dai 26 ai 60 miliardi di euro l’anno. In compenso, a causa della crisi energetica aggravata dalle guerre di Trump e Netanyahu (grandi alleati del governo Meloni), in Italia i poveri sono ormai 5,7 milioni e i prezzi continuano a salire, impoverendo anche il ceto medio.
Se vivessimo in un Paese normale, le piazze dovrebbero essere piene di gente che chiede servizi più efficienti al posto di fantomatici ponti sullo Stretto e canili in Albania, ma purtroppo non viviamo in un Paese normale e c’è gente che non arriva a fine mese che si oppone ideologicamente a una tassa sulle grandi ricchezze.
C’è poi una leggenda metropolitana. Chi si oppone alla patrimoniale sostiene che qualora ci fosse, i grandi capitali “fuggirebbero all’estero” e chiuderebbero migliaia di imprese. Piccolo dettaglio: anche in altri Paesi europei ci sono tasse analoghe e oltretutto il lavoro viene pagato molto, molto più che in Italia (dove non c’è neanche il salario minimo…). Morale della favola: a meno di non aprire una fabbrica in un paradiso fiscale su un atollo sperduto, a nessun imprenditore converrebbe davvero spostare capitali all’estero. D’altronde milionari di altro tipo, come atleti o personaggi dello spettacolo, già sono residenti in quei paradisi fiscali da molto tempo. E non certo per paura della patrimoniale.



