Poche cose certificano di non essere più in sintonia con il tempo in cui si sta vivendo quanto constatare, tra sé e sé, che ai propri tempi si stesse meglio. Non diremo quindi che Il diavolo veste Prada 2 sia da buttare rispetto al primo film; quello uscito nel 2006, quando Andy Sachs (Anne Hathaway) era a New York fresca di laurea, con una brutta cartella ventiquattrore piena di articoli e di speranze, e Miranda Priestly (Meryl Streep) poteva ancora gettare cappotti contro le proprie assistenti, al riparo da accuse di mobbing o bullismo.
“Si poteva ancora dire le cose”, avranno la gioia di poter gridare i paladini del politicamente scorretto. Certo è che si era a un anno dalla grande crisi finanziaria del 2007-2008 e prima del Covid 19, due eventi che hanno scosso non poco le aspettative di vita degli esseri umani, al di qua e al di là dell’Oceano.
Il mondo de Il diavolo veste Prada vent’anni dopo
Stringe il cuore vedere, dopo 4 lustri, i tanti sogni di Andy e le tante certezze di Miranda infrante contro un mondo in cui il giornalismo non interessa quasi più a nessuno, la reputazione si gioca sull’approvazione social e la moda non conta più sui grandi nomi che la disegnano ma solo su chi riesce ancora a venderla.
Stringe il cuore a ritrovare adesso la nostra Andy, quella che aveva “un disperato bisogno di Chanel“, vestita non più dalla geniale Patricia Field, la costumista a cui si deve molto del successo di Sex and the City (ma il suo zampino c’è anche nei primi look di Emily in Paris), ma dalla sua assistente, Molly Rogers, alle prese col dover accontentare i brand coinvolti in questa gigantesca opera di product placement che tenta disperatamente – per tutti i 120 minuti – di trovare anche solo una battuta capace di durare per 20 anni.

Stringe il cuore incappare invece in continue strizzatine d’occhio alle citazioni ormai più proverbiali: qua e là si riconosceranno tutte, dall’avanguardia pura del floreale a primavera ai tanto temuti carboidrati di Emily, fino all’amatissimo “that’s all” della direttrice di Runway, la rivista per cui milioni di ragazze ucciderebbero. Vedremo se qualcuna delle nuove frasi a effetto – sempre che qualcuna lo sia davvero – saprà superare il tempo di un reel.
Avevamo davvero bisogno di un sequel (che per la cronaca è di nuovo diretto da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, ma non è tratto dal secondo capitolo, La vendetta veste Prada di Lauren Weisberger) a cui è stata tolta completamente la dimensione del “desiderio”? Vent’anni dopo, qualcuna/o vorrebbe ancora essere al posto di Andy? C’è ancora almeno uno dei suoi outfit per cui varrebbe la pena indebitarsi? O semplicemente Il diavolo veste Prada 2 fotografa un tempo in cui neanche le sue protagoniste si trovano a loro agio?
Il diavolo veste Prada 2: la trama
Andrea Sachs ritorna a Runway dopo venti anni, mentre Miranda Priestly, la leggendaria direttrice della rivista, cerca di sopravvivere ai social media e al fast fashion. Insieme dovranno tentare di salvare il magazine, anche grazie all’aiuto dell’altra Emily, ora a capo di una celeberrima Maison.

Il diavolo veste Prada 2 è diretto da David Frankel, scritto da Aline Brosh McKenna e prodotto da Wendy Finerman, mentre Michael Bederman, Karen Rosenfelt e Aline Brosh McKenna sono gli executive producer. È basato sui personaggi creati da Lauren Weisberger. Al cinema in Italia dal 29 aprile 2026, distribuito da 20th Century Studios.
Francesca Romana Buffetti è la direttrice della rivista Scenografia&Costume



