Se Giorgia Meloni non potesse contare su uno zoccolo duro di elettori – ultras particolarmente scarsi e poco inclini a sviluppare ragionamenti più complessi di “Rosica! Malox!” (scritto così…), probabilmente il suo declino sarebbe già arrivato da un po’. La sconfitta al referendum sulla Giustizia ha cancellato l’immagine di imbattibilità che accompagnava la premier sin dal suo insediamento, palesando quello che molti osservatori – compreso il sottoscritto – sostengono da sempre: la destra non è maggioranza nel Paese, ma solo la minoranza più organizzata, quella che grazie a un granitico accordo di potere riesce a presentarsi unita alle elezioni.
La bufala della destra maggioranza nel Paese
Gia nel 2022, infatti, se i partiti che oggi compongono il cosiddetto “Campo largo” non si fossero divisi in ben tre coalizioni, con molta probabilità avrebbero vinto. Questo non vuol dire che tenere insieme le 75 correnti del Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, Alleanza Verdi Sinistra, i radicali, i centristi di Matteo Renzi e magari anche quelli di Carlo Calenda sia un’impresa facile, ma la sensazione è che quegli oltre 14 milioni di elettori che il 22 e il 23 marzo hanno sommerso di “NO” la riforma Gelli-Berlusconi abbiano anche mandato un ultimatum alle opposizioni, una richiesta di unità senza se e senza ma.
Ora il centrosinistra deve accelerare
Starà ora ai partiti del centrosinistra far proprio il messaggio, chiudendo il prima possibile un accordo di programma e mettendo alla porta elementi di disturbo. Tra gli elementi di disturbo spiccano i cosiddetti “riformisti” del Pd, che hanno dimostrato di non spostare neanche i voti dei loro parenti stretti. Nel partito caratterizzato da un eterno congresso, il paradosso più evidente è rappresentato da un’europarlamentare che rilascia ogni due giorni interviste contro contro la segretaria Elly Schlein su giornali di destra.
Altra questione aperta è Carlo Calenda: il leader di Azione continua a strizzare l’occhio alle destre, ma i suoi elettori, proprio in occasione del referendum sulla Giustizia, non lo hanno seguito e probabilmente non lo seguirebbero se dovesse andare in coalizione con Lega e Fratelli d’Italia. Per l’ex ministro dello Sviluppo Economico dei governi Renzi e Gentiloni è arrivato il tempo delle scelte: o dentro o fuori.
Le bugie di Giorgia Meloni
Tornando alla premier, la disfatta referendaria ha anche mostrato, ancora una volta, una certa propensione a prendere in giro gli italiani. Fino al giorno prima delle elezioni, infatti, Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e soprattutto la ministra del Turismo, Daniela Santanchè (…Dany…) erano protetti da tutto il “governo”: la presidente del Consiglio, a poche ore dall’apertura delle urne, aveva persino insinuato l’azione di una “manina” dietro la fuga di notizie sulla vicenda della bisteccheria dell’ormai ex sottosegretario alla Giustizia. La vittoria del “NO”, che ha fatto saltare le loro poltrone, fa sorgere una domanda abbastanza scontata: Giorgia Meloni mentiva ieri quando li proteggeva o mente oggi usandoli come capri espiatori?
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