sabato, Giugno 13, 2026
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Il flop di Giorgia Meloni sulla Cultura legittima l’egemonia della sinistra

Dopo la telenovela Sangiuliano, i "colpi di teatro" di Giuli: la destra fallisce in modo goffo l'appuntamento con la storia

Giorgia Meloni ha miseramente fallito quello che probabilmente era il più simbolico dei suoi obiettivi: scardinare la cosiddetta “egemonia della sinistra” sulla Cultura. In parole semplici, la premier e i suoi accoliti, arrivati al governo del Paese, sognavano di promuovere una “cultura di destra” da opporre a quella dei cosiddetti “ambienti di sinistra”, che a loro dire impedivano a tutto ciò che non era ideologicamente allineato di esprimere la propria arte. Un sogno che, dopo quattro anni di governo, resterà irrealizzato come tanti altri.

Una sterile occupazione di poltrone

È vero: gli ambienti culturali, dalla letteratura al cinema, dalle arti visive alla musica, pendono da sempre a sinistra. Ed è così principalmente per motivi storici (la sinistra ha sempre prodotto tanto in ambito culturale), ma anche perché la destra, soprattutto questa destra, ha sempre puntato su un elettorato molto distante dal sapere, dall’arte e dal bello. Un elettorato che talvolta fatica a leggere le istruzioni del sapone per i piatti, figuriamoci un libro. Il risultato? Il governo Meloni ha messo in atto una goffa corsa all’occupazione delle poltrone, un’occupazione che si è rivelata sterile perché non sostenuta da idee né tantomeno da talenti culturali da promuovere. Il caso di Beatrice Venezi, nominata direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia e poi licenziata per delle ennesime esternazioni contro l’orchestra che avrebbe dovuto dirigere, è solo quello che ha fatto più rumore di tutti, ma la lista sarebbe molto lunga.

Il triste addio di Alain Sangiulian

Il governo che voleva mettere fine al cosiddetto “amichettismo della sinistra” nel mondo della cultura, ci ha fatto presto conoscere l’amichettismo di destra. In principio era Alain Sangiulian, conosciuto anche con il soprannome di Gennaro Sangiuliano. Dopo una divertente carrellata di gaffe, da Cristoforo Colombo che viaggiava ispirandosi alle teorie di Galileo Galilei (nato 72 anni dopo la scoperta dell’America) alla celebre Times Square di Londra, passando per i libri votati ma non letti al Premio Strega alla fondazione di Napoli leggermente post datata, l’ex ministro ha dovuto lasciare per un caso di gossip che ha sconvolto il Paese: la sua relazione extraconiugale con Maria Rosaria Boccia, imprenditrice di Scafati.

Da Sangiuliano a Giuli, dal gossip alle polemiche

A prendere il suo posto è arrivato Alessandro Giuli, reduce dalla presidenza della Fondazione MAXXI, un incarico già al centro di molte critiche per la gestione finanziaria giudicata da più parti non proprio impeccabile. Appena insediato, Giuli polemizza subito con il resto del governo per la nomina, a capo di gabinetto, di Francesco Spano. Spano – che lavorava con Giuli al MAXXI – è visto come una figura troppo vicina al Partito Democratico e lascia dopo una serie di attacchi personali. Il secondo ministro incaricato di scardinare “l’egemonia culturale della sinisrtra” e “l’amichettismo di sinistra”, dopo aver polemizzato con il Corriere della Sera per la presunta censura di un’intervista in cui criticava i nomi proposti per le direzioni dei musei di prima fascia (approvati due giorni dopo), è riuscitpo a mettersi contro contro l’intero settore cinematografico, sempre più a corto di risorse e sempre più in crisi.

Le frizioni del ministro della Cultura con il suo governo

Nei giorni scorsi Giuli si è nuovamente scontrato con il suo stesso governo. Ha prima attaccato Pietrangelo Buttafuoco per la presenza del padiglione della Russia alla Biennale di Venezia e poi si è reso protagonista di uno scontro con il girasagre cheerleader, conosciuto anche con il soprannome di Matteo Salvini, durante il Consiglio dei Ministri. Motivo dello scontro una norma sulle soprintendenze che ne avrebbe limitato i poteri, una norma che Giuli ha fatto cancellare scatenando la rabbia del collega, che le soprintendenze – testuali parole riportate da diversi organi di stampa – le “raderebbe al suolo”.

La risposta di Giuli al girasagre cheerleader

Nota di Merito: rispondendo a un post del girasagre cheerleader, che lo attaccava sui social per non aver partecipato all’inaugurazione della Biennale con la frase “gli assenti hanno sempre torto”, il ministro della Cultura, parlando a Sky, ha detto: “Quando l’ho visto ho pensato che fosse Salvini che fa autocritica. Salvini che fa un post per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero. Poi invece ho capito che non era una autocritica sul suo assenteismo, e rispetto la sua posizione. Non è un caso importante che Salvini prediliga la Biennale non del dissenso ma della disinformazione”. Tira un’aria serena, insomma.

Licenziamenti eccellenti

L’ultima puntata di questa avvincente saga è andata in onda nelle ultime ore. Giuli ha licenziato Emanuele Merlino ed Elena Proietti, due dirigenti in quota Fratelli d’Italia, accusati di essere i colpevoli del pasticcio che ha visto l’escluisione del documentario su Giulio Regeni dai finanziamenti erogati dal ministero della Cultura. Giuli si era pubblicamente scusato dell’accaduto in presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Sulla graticola ci sarebbe anche un’altra fedelissima appartenente al cerchio magico di Giorgia Meloni, ovvero la capo di gabinetto del ministero, Valentina Gemignani, moglie di Basilio Catanoso, ex presidente di Azione Giovani ed ex parlamentare di Alleanza Nazionale. Le epurazioni hanno mandato su tutte le furie il partito della premier e in molti già parlano di una possibile cacciata del ministro, una cacciata che certificherebbe il totale fallimento della destra a via del Collegio Romano.

Insomma, a quattro anni dall’insediamento del governo Meloni, “l’egemonia della sinistra” sulla Cultura è più che legittimata. Perché se è vero che chi governa ha il compito di nominare figure incaricate di dirigere musei, teatri, soprintendenze e tutto quello che ne deriva, limitarsi alle nomine palesa proprio quell’assenza di contenuti e di valori che è alla base della suddetta egemonia.

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