Che Donald Trump sia un personaggio dalla psiche instabile e totalmente inaffidabile è un fatto abbastanza evidente. Persino un bambino di sette anni, sentendolo delirare, percepisce che qualcosa non va. Questo innegabile assunto dovrebbe far riflettere tutti gli elettori dei partiti di centrodestra sul livello del loro rappresentanti politici e su quello dei loro “megafoni”, quelli che fino a tre giorni fa celebravano il presidente Usa alla stregua di un nuovo messia.
Considerando un caso più unico che raro il girasagre cheerleader, al secolo Matteo Salvini, che già in tempi non sospetti fu definito “cheerleader di Trump” dall’Independent, la persona che ha condannato l’Italia a una doppia umiliazione ha un nome e cognome: Giorgia Meloni. L’atteggiamento della premier e di quasi tutto l’esecutivo nei confronti dell’amministrazione Usa è andato ben oltre i normali convenevoli tra alleati, convenevoli già visti in passato con altri inquilini della Casa Bianca e con governi di tutti i colori politici.
Servilismo e provincialismo in nome dell’ideologia Maga
Sin dalla seconda elezione di Trump, la premier ha trattato il tycoon come il suo leader, un comportamento che ha rappresentato una prima grande umiliazione per l’Italia e per una larga parte dell’opinione pubblica. Gli incontri istituzionali somigliavano a quelli tra le star del rock e i loro fanclub: un misto di selfie, frasi altisonanti e a dir poco preoccupanti e dichiarazioni d’intento, come i ventilati accordi con SpaceX – la società di quell’altro personaggio stravagante di Elon Musk, che controlla la flotta satellitare Starlink – a cui si vorrebbero appaltare connessioni ad alta velocità in ambito civile e soprattutto militare, con tutti i rischi del caso visto che parliamo di dati sensibili. C’era poi un improbabile obiettivo geopolitico: Giorgia Meloni si era autocelebrata come figura “ponte” tra l’Europa e l’amministrazione Usa. Tutti abbiamo visto com’è andata a finire.
Dalle stelle alle stalle
Negli ultimi anni, la premier, il suo vice, molti esponenti dei loro partiti e praticamente tutti i giornalisti e i commentatori “di area”, hanno proposto al loro elettorato di riferimento una versione maccheronica della cosiddetta ideologia Maga, quel misto di ultranazionalismo, populismo, razzismo, omofobia e chi più ne ha più ne metta, perfetto per fomentare mandrie di analfabeti funzionali. Non potevano certo prevedere che tutto questo, prima o poi, gli si sarebbe ritorto contro. In queste ore, ogni dichiarazione del Presidente Usa contro l’Italia e contro la presidente del Consiglio è una frustata virtuale al Paese e alle sue massime istituzioni. È la seconda grande umiliazione. Lo ha capito bene la segretaria del Partito Democratico, Elly Schelin, che alla Camera dei Deputati ha condannato gli attacchi di Trump, mostrando un senso delle istituzioni assai raro in questi tempi bui.
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Possibile che in un Paese con una lunga storia politica come l’Italia almeno due partiti, a cominciare dai loro leader, si siano lasciati affascinare da un personaggio come Donald Trump? Al di là delle convenienze del momento e del sostegno a quella che qualcuno chiama “internazionale sovranista”, i comportamenti del personaggio erano sotto gli occhi di tutti, dalle dichiarazioni deliranti ai video prodotti con l’intelligenza artificiale sulla “riviera di Gaza”, dalle “preghiere” con i pastori evangelici che lo paragonano a Gesù Cristo ai crimini delle squadracce dell’Ice, dalle minacce alla Groenlandia alle operazioni militari in Venezuela e Iran.
Perché Giorgia Meloni ha posizionato così male l’Italia?
Tornando a escludere il vicepremier e ministro dei Trasporti, che da sempre ci offre la sua surreale lettura della realtà e una capacità di posizionamento che potrebbe essere paragonata a quella dei fantasmini di Pac-Man, perché la leader di un Paese come l’Italia ha dovuto aspettare dei sondaggi negativi (il 79% degli italiani giudica negativamente l’operato di Trump) per prendere le distanze da un personaggio che ormai persino molti suoi sostenitori considerano pericoloso e psicologicamente instabile? È quello che dovrebbero chiedersi gli elettori del centrodestra quando torneranno nelle cabine elettorali alle prossime elezioni politiche. Ci torneranno più poveri e più arrabbiati di cinque anni prima e molti di loro sentiranno anche il peso della doppia umiliazione subita. Basterà a conincerli che non si vota qualcuno per vincere una partita e che la politica è una cosa seria?
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