Chi sostiene che le schiaccianti vittorie del centrosinistra in Campania e in Puglia fossero scontate e che da quelle parti non c’è nulla da festeggiare, forse si è perso mesi di scontri fratricidi, mesi di interviste e contro interviste, nelle due regioni che hanno visto il tramonto di due ere: quella di Vincenzo De Luca e quella di Michele Emiliano. Senza troppi giri di parole, si può tranquillamente affermare che gli elettori dei partiti che si sono coalizzati per cercare di liberare l’Italia dall’estrema destra sono più maturi e pragmatici di chi dovrebbe rappresentarli. Il messaggio che esce dalle urne è abbastanza chiaro: la maggioranza degli italiani è disposta a votare una coalizione di centrosinistra per affidargli il governo del Paese, ma serve intelligenza: un’intelligenza che talvolta purtroppo manca ad alcuni “dirigenti” dei partiti della suddetta coalizione.
Le ridicole correnti del Partito Democratico
Ne sa qualcosa Elly Schlein: la segretaria dem è costretta, al pari di tutti i suoi predecessori, a tenere a bada la creatura politica più insensata della storia dell’umanità, ovvero quel “partito del Lingotto” pensato per un’improbabile Italia dove a contendersi il governo dovevano essere due grandi partiti. Quella specie di film di fantascienza durò pochi mesi, ma il Pd è ancora qui, come se niente fosse. Nelle settimane frenetiche delle campagne elettorali, le correnti di matrice democristiana e post comunista di quello che dovrebbe essere il principale competitor di Fratelli d’Italia hanno sprecato tempo ed energie per organizzare le rispettive adunate. Ha iniziato la cosiddetta area “riformista” (parola abusata al pari di “resilienza”) che si è riunita il 24 ottobre scorso a Milano, mentre i soliti Dario Franceschini e Andrea Orlando, con le rispettive correnti, si riuniranno nell’ennesimo “conclave” che si svolgerà dal 28 al 30 novembre a Montepulciano.
Eh, i bei “conclavi” di una volta… quanti ricordi
Piccola nota di colore. Un tempo, durante i “conclavi” delle correnti post Prima Repubblica del Pd, che spesso si riunivano in degli ex conventi un tempo abitati da monache di clausura, terminati gli inascoltabili sermoni dei politici (gli stessi di oggi, al netto di qualcuno che è passato a miglior vita a causa dell’età…) si organizzavano serate a base alcolica. Dopo quelle bevute le mura di quelle stanze, che un tempo ospitavano preghiere e meditazioni, scoprivano l’esistenza di altre pratiche, diciamo. Che poi… non è detto che quelle mura già non avessero visto di peggio (o di meglio…) già al tempo delle monache di clausura, ma non è questo il luogo in cui fare certe illazioni. Quello che è sicuro è che quelle belle serate sono ormai un lontano ricordo.
La pazienza di Elly Schelin
Inutile dire che entrambe le adunate delle correnti del Pd interessano solo gli addetti ai lavori (e neanche tutti…), mentre gli elettori sono lontani anni luce da tutto questo. A occhio, la stessa Elly Schlein è abbastanza avulsa dalle folli dinamiche del non-partito che si trova a guidare: anche se presenzierà all’evento di Montepulciano per gesto di cortesia verso le correnti che l’hanno sostenuta, con pazienza e fatica sta cercando, sin dalla sua inaspettata elezione, di assecondare certe follie senza dar loro troppo peso, nel difficile tentativo di dare una forma chiara a un soggetto politico pensato per non avere una forma. La verità è che il Partito Democratico andrebbe sciolto: i socialisti da una parte e i democristiani (o riformisti, sia mai che si offendano) dall’altra. Poi tutti amici come prima, ma ognuno a casa sua.

Per dirne una, Schlein accetta senza batter ciglio le interviste di un’eurodeputata che ogni settimana spara a zero contro il partito che l’ha eletta facendosi intervistare da giornali di destra. Evidentemente la segretaria del Partito Democratico sa bene che quelle interviste le leggono dodici persone e che una di quelle persone è il sottoscritto, ma comunque non ha senso. Almeno per ora, i numeri le danno ragione: il Pd cresce un po’ ovunque e la coalizione avanza.
Il suo problema sono le solite dinamiche folli, che rischiano di vanificare i suoi sforzi. Esempio pratico: se in Liguria si fosse puntato su un candidato locale e non su un eterno “ex” deciso a Roma col manuale Cencelli, probabilmente le destre non avrebbero vinto per 7 mila voti e oggi su quella famosa cartina dell’Italia ci sarebbe un po’ più di rosso. Stesso discorso per le Marche, dove la partita era più difficile ma si poteva oggettivamente giocare meglio.
Il Movimento 5 Stelle ora è un partito
Può festeggiare Giuseppe Conte. Dopo l’elezione di Alessandra Todde in Sardegna il suo Movimento 5 Stelle porta a casa un risultato storico con l’elezione di Roberto Fico in Campania. Gli ormai ex grillini sono un partito, hanno popolato i due rami del Parlamento di persone decisamente più preparate rispetto ai simpatici “scappati di casa” della prima era, ma soprattutto sembrano aver capito che il loro posto è in una coalizione di centrosinistra, o progressista come ci tengono a definirla.

Conte e i suoi sanno bene che il loro 10% è fondamentale e sono bravi a far pesare i loro voti: se la Sardegna era una scommessa, strappare la poltrona a Vincenzo De Luca con l’ex presidente della Camera non era affatto facile: un candidato come l’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che da comandante del Corpo Forestale guidò il primo filone d’indagine sulla Terra dei Fuochi, sarebbe stato meno “ostile” all’ex governatore, ma Fico si è imposto non solo scongiurando una sconfitta che sarebbe stata disastrosa per la coalizione, ma allontanando anche il fantasma di un improbabile “testa a testa”.
In Campania sanno distinguere un gozzo da uno yacht
Un’altra nota positiva è che gli elettori della Campania non hanno abboccato alla storia dello “yacht di Fico” lanciata da alcuni “giornali” dell’estrema destra: la stragrande maggioranza di loro sa distinguere un gozzo usato, che costa meno di un Suv, da un’imbarcazione di lusso. Di questi tempi non è poco. Ora gli ex grillini dovrebbero cercare di maturare un altro po’ e organizzarsi meglio sui territori, dove sono tanto carini ma ricordano i corsi di educazione sessuale durante le autogestioni: il loro tallone d’Achille è un radicamento praticamente inesistente, che penalizza non poco il partito, soprattutto alle amministrative. E poi Giuseppe Conte dovrebbe far pace con l’idea che a Palazzo Chigi potrà tornare nel ruolo di vice, almeno nel 2027, poi si vedrà.
Il piccolo capolavoro di Bonelli e Fratoianni
Lo confesso. Quando è nata Alleanza Verdi Sinistra, la mini-coalizione che unisce Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni e Europa Verde di Angelo Bonelli, il mio primo pensiero è stato: “tempo dodici ore litigheranno e assisteremo all’ennesima scissione dell’atomo a sinistra”. Sono molto felice di essere stato smentito dai fatti.

Avs cresce ed è ormai stabilmente la terza forza del centrosinistra, in Parlamento gli eletti portano avanti battaglie giuste in modo pragmatico e soprattutto stanno giocando un ruolo di collante tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle. Quello di Bonelli e Fratoianni è un piccolo capolavoro politico e il loro apporto si potrebbe rivelare fondamentale anche quando la coalizione dovrà superare la più difficile delle prove: la stesura di un programma che metta d’accordo tutti e che blindi l’alleanza per almeno una legislatura.
Purtroppo, dalle sue parti, Matteo Renzi resta il più intelligente
Non potete immaginare quanto mi costi scrivere queste parole, ma dalle sue parti – ovvero nel centro del centrosinistra – Matteo Renzi continua a distinguersi per intelligenza e visione strategica. Il paragone con il simpatico Carlo Calenda è impietoso: il primo si è posizionato e si è posizionato bene, conscio del fatto che un “terzo polo”, in questa fase storica, non avrebbe futuro. Raccoglierà il massimo quando ci sarà da raccogliere. Il secondo interpreta la politica in modo fanciullesco ed è convinto che stare al centro voglia dire dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Un gran peccato perché Azione, in Parlamento, ha portato delle persone molto preparate come Fabrizio Benzoni e Giulia Pastorella.

Di tutti i cantieri ancora aperti del centrosinistra, il centro è quello che in questo momento è quello che fatica un po’ di più a terminare i lavori. L’incognita è proprio Calenda: se sceglierà di correre da solo, oltre ad autodistruggersi, rischierà di far mancare alla coalizione i voti necessari per il sorpasso. Ovviamente è un calcolo teorico che potrebbe essere smentito dai suoi stessi elettori, che anche in quel caso potrebbero optare per una scelta intelligente, come hanno fatto in Campania e in Puglia.

