Nemmeno deve sfiorare questa gente da poco e di governo eletta, l’idea che l’Italia sia un paese laico, se la presidente del Consiglio precede con un discutibilissimo, personale e abbastanza inutile discorsetto da cenetta per pochi in un albergo di provincia – ma televisato dalle corazzate Mediaset – la benedizione papale, il discorso di fine anno di Mattarella e i sentimenti di tutti coloro dei quali della festività intesa come strumento teocratico di potere e manipolazione, non interessa nulla.
Dopo la lectio magistralis [sic] sul presepe secondo Meloni messo in scena da una presidente del Consiglio che forse voleva (doveva) far passare sotto silenzio la morte di 116 migranti in mare (e c’è riuscita, c’è da farle un applauso), lei che è stata eletta da una netta minoranza di italiani (coloro che non votano compresi) e dalla maggioranza relativa di coloro che sono andati al voto, regge la sua coalizione (sempre più instabile) sul suo prestigio personale finché dura; ovviamente ritiene di dovere mantenere salde le redini del potere anche a suon di spiegone natalizio, fatto di sue opinioni su presepe e famiglia che nulla dovrebbero avere a che fare con la politica politicata, dentro un delirio teo-familista inquietante, montato a puzzle di concetti semplicissimi che si confuterebbero in un battito di ciglia, se solo la potenza di fuoco di sei reti televisive, una dozzina di network radiofonici, senza contare i numerosi quotidiani e periodici al servizio di sua maestà, non impedissero di fatto una libera informazione.
Non paghi, gli scendiletto che ricoprono ruoli di caporedattori, direttori, vice, direttorini editoriali, e gente messa lì con ottimi stipendi per ripagarli del servilismo che loro chiamano coerenza politica (spesso dopo che nessun partito dell’arco parlamentare a cui hanno chiesto ospitalità hanno permesso loro di fare la carriera per la quale sono scesi in politica, e lo chiamano amore per l’Italia), hanno confezionato nell’immediato post-spiegone servizi di dubbia utilità dove esperti di turno – c’è sempre un esperto di turno e se non lo è gli si scrive il testo, lui/lei lo recita ed ecco venduto il discorso dell’esperto a libro paga – si riempivano la bocca di discorsi sui diritti parlando di diritti per sottrazione e per addizione e accusando la sinistra, senza citarla e tanto per cambiare, di avere voluto la parità sottraendo diritti anziché aggiungerne.
L’affermazione è talmente lontana da ogni tipo di realtà che ci si chiede come faranno a guardarsi allo specchio con una simile bronza, e uscirne vivi.
Perché, è noto, a ribaltare la realtà dei diritti di uguaglianza indicando i diritti acquisiti per tutti come diritti negati ad altri sono state queste destre neo-familiste e nemmeno troppo lontanamente liberticide che nemmeno hanno il coraggio di definirsi neo-familiste e liberticide, oltre che vittime di loro stesse. E le parole al vento torneranno agli zerbini di casa con la violenza di un tifone.
Dunque lo spiegone pre-natalizio sul presepe fatto di opinioni personali di una donna di potere che, pro-tempore e con abilità, racconta di voler lavorare per il popolo mentre le sue manovre economiche lo mettono in quel posto al popolo (i suoi alleati di governo fanno quello che vogliono con emendamenti per servire chi li vota sbugiardati gioco-forza)… Lo spiegone pre-natalizio, dicevamo, non è l’opinione del paese ma semplicemente ciò che il popolo di Fdi che porta in trionfo Meloni nei sondaggi, vuole sentirsi dire.
Ma da quelle parti sono previdenti, oltre che bugiardi, e meno ingenui di quelli che gridano alla fame degli Italiani che non mettono insieme pranzo e cena. E si affidano a una finanziaria raccontata come je pare che, dopo la presa in giro del 2025, servirà a farne un’altra per ingraziarsi i bolsi nel 2026, quando il governo avrà maggiori margini di spesa e non ci sarà bisogno di bamboline e ballerine per fare più bello un governo di impresentabili.
Poi c’è la questione dello spread, raccontata come un miracolo dalle reti del network TeleMeloni, ma che è invece un problema con il quale l’Itala dovrà fare i conti. Ve la diciamo così come ci viene: lo spread cala non perché le cose vadano meglio in Italia, ma perché in Germania le cose vanno peggio. E la Germania è il primo partner commerciale dell’Italia. Dunque se lo spread cala è un pessimo segno per l’economia italiana: peccato che Donna Meloni di tutti i Miracoli mancati non lo dica. E i suoi scendiletto mediatici nemmeno.
Cioè, se lo Stato ha bisogno di soldi e li chiede in prestito ai mercati (banche, fondi, cittadini) deve restituirli con un interesse e far capire al mercato che l’Italia è affidabile. Così gli investitori cercano il primo della classe, che è la Germania, e fanno il calcolo. Se la prima della classe non va più come una locomotiva noi paghiamo meno il denaro, ma chi lavora con le aziende tedesche lavora meno ergo la serpentessa si morde la coda con la sua stessa propaganda.
Cioè, se si definisce vittoria uno spread basso perché la Germania sta peggio, si sta prendendo in giro la nazione (e non è nemmeno una novità) perché se per ora ci costa meno saldare i debiti, se e quando la locomotiva frena prima o poi il contraccolpo arriva a tutti: partner commerciali più stretti in testa.
Aggiungiamo, perché vogliamo farci del male, che a salvarci le natiche – le nostre e quelle governative, accomunate dal comune triste destino di averle – è il PNRR senza il quale l’Italia sarebbe già in recessione. E che la finanziaria non aggiunge nulla alla crescita del 2026 che dovrebbe essere, secondo l’Istat, dello 0,6% grazie alla ripresa dei consumi delle famiglie italiane (1,6%), ma si prevede un 2026 di stagnazione – e quindi di feroce propaganda delle Sorelle d’Italia con network meloniani al seguito; e tocca aggiungere fuori dai denti che ad agosto si chiuderanno definitivamente i rubinetti del Pnrr, senza il quale l’Italia sarebbe già in recessione con un Pil a meno 1,3%.
Ma non ci sarà badabùm perché c’è anche una buona notizia: pur di spendere in propaganda l’uscita dalla procedura d’infrazione UE, Meloni e allegra brigata non hanno esitato a regalare una legge di bilancio che non muove una foglia, ma riesce ad inchiodare il debito pubblico al 137% del PIL, senza che nemmeno questo si muova.
Un’Italia immobile, insomma, in ogni campo. Un paese nel quale gli unici interessi che si muovono, e a che velocità, sono gli interessi delle aziende della famiglia Berlusconi. Quelli che fanno finta di avere Tajani sui coglioni.
Vale così la pena leggersi una tabella divertente, compilata incrociando dati anche grazie all’IA, che racconta come vanno le cose dal punto di vista della crescita del PIL.
| Paese | Crescita PIL (%) |
| Italia | +0,4% / +0,7% |
| Albania | +3,4% / +3,8% |
| Spagna | +2,6% / +3,0% |
| Marocco | +2,5% / +3,0% |
| Portogallo | +1,8% / +2,0% |
| Tunisia | +1,5% / +1,8% |
| Francia | +1,1% / +1,3% |
| Germania | 0,0% / -0,2% |
Si nota che se l’Italia cresce certamente più della Germania, e hanno persino la faccia tosta di farsene un vanto, cresce meno di Spagna, Francia, Portogallo e, udite udite, del Marocco (che cresce tre volte di più) e della Tunisia. Persino l’Albania (con Rama assediato dalle opposizioni) ci fa a pezzi. E guardate con che numeri.
Che questo verbum dubium per limitata mandria di elettori per quanto al momento consistente, e donna sola al comando diventi verbo politico da vendere all’Italia come verità assoluta, conferma che il fascismo trasversale di questo paese è molto più di un cancro da estirpare, ma è la vera lotta dell’Italia che vuole essere libera sul serio. L’opzione è una sola: che quell’ampia maggioranza che ha incoscientemente deciso di non votare più si svegli e torni alle urne. Sempre che a suon di decreti, leggi votate a colpi di fiducia, referendum e narrazione negazionista ad uso elettori che ci cascano, tra due anni l’Italia sia ancora quella che conosciamo oggi. E ci sono motivi per temere che potrebbe non essere così.

