La Fondazione GIMBE interviene sul flop della riforma dell’accesso alla facoltà di Medicina, l’ennesimo pasticcio del governo Meloni che rischia di aggravare la già disastrosa situazione in cui versa la il Servizio Sanitario Nazionale. La ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, dopo aver definito “inutili” e “poveri comunisti” gli studenti che la contestavano mentre interveniva sul palco di Atreju, ha dovuto prendere atto del clamoroso fallimento aprendo a modifiche sul famigerato semestre filtro. Una retromarcia motivata soprattutto dalla paura per il mare di ricorsi che comunque arriveranno.
L’attacco della Fondazione GIMBE: “Riforma superficiale che non premia il merito”
I risultati dei test di ammissione le criticità segnalate da studenti e Università e il successivo scontro politico – commenta la Fondazione GIMBE – confermano quanto già sostenuto dalla Fondazione GIMBE in sedi istituzionali. La riforma dell’accesso a Medicina era superflua e le modalità adottate non premiano il merito. Al di là del flop, occorre avviare una profonda riflessione politica sulla scelta di formare più medici, senza attuare misure concrete per arginarne la fuga dalla sanità pubblica e restituire attrattività e prestigio alla carriera nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN), in particolare per i medici di famiglia e le specialità disertate. Altrimenti continueremo ad investire denaro pubblico per laureare medici da destinare al libero mercato o all’estero.
Cartabellotta: “Ora ci sarà una ‘sanatoria di Stato’ per non escludere migliaia di studenti”
Insomma, il problema non è solo di numero ma anche di prospettive. Chi riesce a concludere il ciclo formativo e ad accedere alla professione, trova più conveniente andare a lavorare nel privato o trasferirsi all’estero, dove gli stipendi sono molto più alti. “Dopo la caporetto dei test di ammissione – spiega il presidente Nino Cartabellotta – la Fondazione GIMBE, al fine di informare il dibattito pubblico e le decisioni politiche, ha rivalutato numeri e dinamiche della professione medica, evidenziando gli elementi di propaganda e le criticità di una riforma che oggi richiede una vera e propria ‘sanatoria di Stato’ per non escludere migliaia di studenti che ambiscono a diventare medici”.
No, il problema non è la carenza di medici
E poi ci sono i freddi numeri. Secondo i dati OCSE, aggiornati al 5 dicembre 2025 e riferiti a tutti i medici attivi in Italia dalla laurea al pensionamento, nel 2023 si contavano 315.720 medici, pari a 5,4 ogni 1.000 abitanti. Un valore superiore sia alla media OCSE (3,9) sia alla media dei paesi europei (4,1), che colloca l’Italia in seconda posizione tra i 31 paesi che forniscono il dato. I laureati in Medicina e Chirurgia nel 2023 sono stati 16,6 per 100.000 abitanti, valore superiore alla media OCSE (14,3) e poco al di sopra della media dei paesi europei (16,3), che posiziona il nostro Paese al 9° posto tra i 31 paesi che forniscono il dato. “Questi dati – spiega ancora Cartabellotta – confermano che i presupposti della riforma non si basavano su una carenza di medici in termini assoluti, né su un numero insufficiente di laureati in Medicina e Chirurgia”.
Un “ponte sullo Stretto” applicato alla facoltà di Medicina
In sostanza, la riforma che avrebbe dovuto “abolire il numero chiuso” e riempire di medici gli ospedali pubblici si è rivelata il solito annuncio e nulla di più. Una specie di “ponte sullo Stretto” applicato alla facoltà di Medicina, per intenderci. “La riforma Bernini – spiega ancora Cartabellotta – è stata lanciata con slogan populisti: ‘abolizione del numero chiuso’, ‘stop al test d’ingresso’, ‘offerta formativa d’eccellenza’. E ha puntato su una selezione basata su esami di merito da sostenere dopo un semestre filtro di formazione su tre materie: biologia, chimica e fisica. Ma nei fatti il numero ‘chiuso’ non è mai stato abolito e sono state concentrate almeno 450 ore di lezioni e studio in soli 60 giorni, con didattica prevalentemente a distanza e scarsa interazione con i docenti. Il tutto culminato in un triplice esame universitario svolto in un contesto di concorrenza tossica, con tre prove consecutive (87 secondi a domanda), intervallate da una pausa di 15 minuti”.
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